Emilio Albertario: data value

Data value: un tesoro da scoprire nell'interesse pubblico

Mentre si discute sul mancato decollo dell’App Immuni, Emilio Albertario ci propone una interessante riflessione sull’uso dei dati personali e sul loro valore economico. Da cosa dipende il mancato successo, almeno fino ad oggi, della diffusione in Italia della App immuni? Una cosa è certa nessuno vuole svendere i propri dati personali anche se per una ottima causa come quella di limitare la diffusione di Covid-19.

Anche se la tutela della salute è un bene pubblico primario, gli italiani - e in generale gli europei - non vogliono mettere a disposizione un bene che finora in molti hanno sfruttato senza pagare un euro.
I dati personali sono sicuramente un patrimonio inestimabile che va governato nell’interesse pubblico e non possono essere impunemente oggetto di privatizzazione. Il valore economico dei dati personale agiterà sempre di più il dibattito internazionale. Quando si parla di “data value” la difficoltà maggiore sta nel dare materialità a un concetto che resta sospeso nell’etere, ma che, al contrario, coinvolge concretamente l’interesse pubblico. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale sulla diffusione nel mondo dell’economia digitale, nulla è veramente gratuito, neppure i servizi che offrono alcune accattivanti piattaforme web.
Nascosti dal termine gratis, i dati personali - ad esempio dei consumatori - vengono trasformati e diventano monetizzabili.
La vera difficoltà è, in partenza, quando si deve dare un valore e economico al singolo dato. Si tratta di un dato che non subisce usura e quindi un primo elemento per stabilirne il valore può essere il numero di volte che viene riutilizzato.
Un altro metro di valutazione è quello che si ottiene dalla elaborazione dei dati e dalle informazioni che si ottengono dai dati aggregati. I dati generano ricchezza e quindi vanno retribuiti: di conseguenza i redditi prodotti devono essere soggetti a tassazione.
Stiamo parlando di un mercato immenso, che i legislatori tardano a regolare; un mercato che non si riesce a rendere tangibile ma che -solo per fare un esempio - negli Stati Uniti vale più del PIL prodotto in Spagna.
In Europa si è cominciato a capire il potenziale prodotto dei data value solo da tre a anni; in Italia ciclicamente ogni governo ha proposto, senza successo, di tassare l’enorme patrimonio generato dai social network e, più in generale, dal web.
La commissione europea ha stimato che il valore totale generato dalla “data economy” sia passato dai 285 miliardi di euro stimati nel 2015 ai 740 previsti per la fine del 2020. A questa cifra vanno aggiunti o sottratti gli effetti del periodo di lockdown nei vari Paesi europei.
L’Europa , a dire il vero, un tentativo di dare un valore ai dati personali lo aveva già fatto nel 1996, con la “Database Directive” che tendeva a tutelare per un periodo  di 15 anni i diritti sui database, contenenti sia dati originali, sia non originali.
La protezione dei dati prevista nell’art 7 della Direttiva interveniva nel caso il database avesse comportato un investimento economico rilevante. Numerosi sono stati gli interventi legislativi e della Corte di giustizia europei, ma sulla quantificazione economica dei data value pochi sono stati i passi in avanti.
Negli Stati Uniti, invece, la crescita del fenomeno è stata presa in considerazione in maniera più efficace.
La Corte d’appello della California è stata la prima nel 1986 a riconoscere un valore economico ai dati che riguardavano i consumatori. Sempre negli USA recentemente è stato riconosciuto valore ai dati forniti da Linkedin, dopo l’acquisto da parte di Microsoft per 27 miliardi di dollari, con un esborso da parte dell’acquirente di circa 268 dollari per 100 milioni di utenti attivi.
Non è stato mai realmente valutato se l’acquisizione da parte di Microsoft sia stato un affare e differenti sono state le valutazioni delle agenzie di rating.
Per tornare al tema del valore dei dati personali, non stupiscono le difficoltà nel gestire la normativa ma in ogni caso il GDPR, il regolamento europeo per la protezione dei dati personali, ha permesso una maggiore tutela nella protezione dei dati degli individui, anche se non ha comportato passi in avanti per quanto riguarda la protezione del dato e del suo sfruttamento.
Come avevamo accennato in principio, il principale problema che comporta la valutazione economica dei dati è quello della quantificazione dei profitti da parte delle aziende che sfruttano i data value, della loro tassazione e del gettito prodotto dai lavoratori digitali. Agli inizi del 2020, nel periodo pre-covid, si era registrata una certa apertura da parte degli Stati Uniti a sottoscrivere un accordo internazionale per creare una digital tax, che si potesse applicare a livello globale. In Europa lo scenario è diverso e gli Stati membri stanno pensando ognuno a una legislazione autonoma sulla digital tax.
In Italia l’introduzione della digital tax è avvenuta a gennaio 2020 e si è basata sui parametri forniti dall’Unione Europea, come è successo in Francia.
L’obiettivo della digital tax rimane comunque quello di restituire valore a quasi tutti i prodotti generati dagli utenti, evitando distorsioni del mercato e portando finalmente a una redistribuzione della immensa ricchezza digitale disponibile oggi, che è in continua crescita.

 

Emilio Albertario
Fonte dati Osservatorio Eurispes sulla Cybersecurity


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